
Il centro pulsante di questa storia sono le terre padane attorno alla foce del Po, scenario immaginifico (Visconti, Olmi, Fellini) e insieme inquietante e di estrema attualità. Siamo, insomma, nel tanto rammentato NordEst italiano. Posto di lavoro, di vecchie tradizioni e di nuovi arrivi. In fin dei conti “La Giusta distanza” è un racconto corale, all’interno del quale la figura del giovane aspirante cronista Giovanni funge quasi solo da pretesto e voce narrante che unisce organicamente tutto il resto della storia: l’arrivo della maestra (la “cittadina” Mara), l’intreccio amoroso, la problematica dell’integrazione, l’eterno sospetto. Insomma, alla fine dei conti, è un film da vedere: bravo Carlo Mazzacurati, in evidente stato di grazia una volta ritornato nei suoi luoghi, ben scelti gli attori: su tutti spicca – in una piccola parte – Fabrizio Bentivoglio, attore feticcio del regista e – per chi scrive – miglior giovane attore italiano da almeno 25 anni. Da qualche parte, parlando del film, è saltato fuori un titolo del tipo: “Mazzacurati, quando il NordEst non è cattivo”. Non è così, la cattiveria c’è tutta, solo che non è – e giustamente – declinata secondo i suoi tratti più banali. Sottotraccia, come un fiume carsico, la sorda follia di un ambiente a prima vista normale e pulito, ma dai nervi drammaticamente scoperti, irrompe implacabile.
Va bene, anticipiamo i palati fini: non siamo al cospetto del capolavoro. E’, in effetti, solo un bel film, degnamente diretto, ben montato e con una storia non banale. Vi sembra poco, con l’aria che tira? L’alternativa, oggi e in Italia, sono i Muccino Bros. Sarebbe a dire: buio completo (ma pieno di trentenni che urlano).