LA GUERRA IN CASA

By necchi

Dall’inizio dell’anno ad oggi 983 persone sono morte sul lavoro. A queste si aggiungano 983264 infortuni e 24581 invalidi.
Stanotte, dopo due giorni di agonia, è morto Angelo Laurino, operaio, per le ustioni riportate a seguito dell’incidente nella fabbrica di Torino. Altri versano in gravissime condizioni: “sembravano torce umane” ha detto un testimone. E’ la vittima numero 4 della ThyssenKrupp, altri versano in gravissime condizioni. Ancora ieri sono morti altri due lavoratori a Cassino e nell’avellinese.

Sono cifre da guerra civile.

Scalando la vetta delle colpe e delle responsabilità puntuali (la ThyssenKrupp, per esempio, non era nuova agli incendi e nonostante questo gli estintori erano sigillati e semivuoti) arriviamo al colpevole di questa strage perpetua.
Il mandante, appare chiaro, è politico. E’ la politica – quella bella, quella mainstrem, quella alla moda – ad aver tolto al mondo del lavoro dignità, importanza, visibilità; ad aver tentato in ogni modo, e per precisi disegni, di ridurre il peso sociale della componente operaia e del lavoro dipendente, non ultimo elevando al rango di conquiste precarietà e flessibilità estrema in luogo di sicurezza. E anche semplicemente volgendo lo sguardo altrove – verso scenari magari più accattivanti – e facendo finta che un “problema lavoro” fosse cosa ormai sorpassata: roba da vecchia sinistra, da vecchio Novecento. E’ la solita storia: se non ne parli, tutti crederanno che non esiste. Se non parli della dismissione, delle condizioni deprecabili, della mancanza di sicurezza, dei turnover asfissianti, questi cessano di essere problemi. E neanche i morti, in questo contesto, servono a fare notizia.

Obiettivo raggiunto. L’Italia viaggia al ritmo di 3 morti sul lavoro al giorno nell’indifferenza più generale. Del resto media e politica oggi ci insegnano che il problema sono i rumeni e gli extracomunitari, i delitti di cronaca nera, la sicurezza – tutta benestante, in verità – dell’inviolabilità delle proprie case; magari, se va bene, ti dicono che va messa una fascia rossa al braccio per la Birmania (non sai dov’è, non sai che succede, ma lo fanno anche i calciatori) perché predilogono da sempre le cause innocue, quelle per cui parlare e schierarsi (e, quasi subito, scordarsene) non hanno controindicazioni.

Sotto, nella fogna e in silenzio, si continua a morire di lavoro.

Qualcuno ora sembra essersi svegliato, del resto l’eco dell’incidente di Torino non poteva lasciare le acque calme. Ma è un momento. Tra qualche giorno nessuno si ricorderà più di niente. Né gli italiani della sicurezza e dei reality; né i media, né la politica. Con le solite lodevoli (e minoritarie) eccezioni.
Il Tg1 di Riotta, per rammentarne uno di quelli “illuminati”, dopo il primo morto aveva già schiacciato la notizia tra le battute di vita parlamentare e il delitto di Perugia. L’Italia, sembrerebbe, ha proprio altro a cui pensare.

Segnaliamo e lasciamo in calce l’editoriale di Loris Campetti, dal “Manifesto” di venerdì 7 dicembre.

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Flessibili da morire

Loris Campetti

Era molto flessibile Antonio, un giovane di 36 anni ucciso ieri alla Thyssenkrupp di Torino. Ucciso non da un incidente, non da un infortunio: ucciso dallo sfruttamento selvaggio che fa tirare a mille gli impianti fino a far esplodere le macchine e costringe a un lavoro bestiale gli operai. Al momento in cui quel maledetto tubo che trasportava olio bollente è stato colpito da una scintilla sprigionatasi dal quadro elettrico s’è spezzato, trasformandosi in un lanciafiamme, Antonio e una decina di ragazzi come lui sono stati colpiti. Tutto e tutti hanno preso fuoco, gli estintori non funzionavano, la linea 5 delle ex Ferriere sembrava una città bombardata con il napalm, raccontano i sopravvissuti. Quando si è trasformato in una torcia umana, alle due di notte, Antonio era alla quarta ora di straordinario. Dunque era alla dodicesima ora di lavoro in quell’inferno.
Antonio era molto flessibile, come tutti gli altri ragazzi della Thyssenkrupp. Alle 12 ore di lavoro ne aggiungeva ogni giorno due o tre di viaggio da casa, nel Cuneese, alla fabbrica, e ritorno. Non è che gli restasse molto tempo per la sua compagna e i suoi tre bambini, la più grande di 6 anni e il più piccolo di 2 mesi. Antonio era proprio il tipo di operaio di cui ha bisogno un padrone tedesco che decide di chiudere la fabbrica di Torino per portare la produzione in Germania, ma prima di mettere i sigilli agli impianti vuole tirare fino all’ultima goccia di sangue alle macchine e agli uomini, ai ragazzi. Per questo una decina di loro ha preso fuoco, nel 2007, nell’occidente avanzato, sotto il comando di Thyssenkrupp, un nome che se scomposto in due rimanda ad altri fuochi, a un altro secolo, a un’altra guerra.
C’è la fila, adesso, di quelli che si lamentano per la mancanza di sicurezza sul lavoro. Forse tutti si erano distratti: presi com’erano a combattere l’insicurezza provocata dai rumeni si sono dimenticati della guerra quotidiana in fabbrica, nei campi, nei cantieri. Chi oggi dice che servono maggiori misure di sicurezza sul lavoro dovrebbe aggiungere che il modello sociale ed economico dominante è criminale. Chi chiede di produrre di più, per più ore nel giorno e per più anni nella vita è corresponsabile dei crimini quotidiani sul lavoro. La sicurezza è incompatibile con l’accumulazione selvaggia, togliendo dignità e diritti ai lavoratori si aumenta l’insicurezza, sul lavoro e nella vita.
I teorici del liberismo, della fine del welfare, di quella che spudoratamente chiamano flessibilità ma che per noi è precarietà, hanno tutti i diritti nella nostra società. Ma uno almeno non ce l’hanno: quello di piangere i morti sul lavoro perché quei morti sono vittime della loro cultura e della loro fame di danaro e di potere. I tre bambini di quel paesino del cuneese che si chiama Envie non sanno che farsene delle loro lacrime. E noi con loro.
Probabilmente i cancelli della fabbrica torinese della Thyssenkrupp non riaprirà mai più. Speriamo che non riapra più, il prezzo da pagare per tenerla aperta è troppo alto.

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2 Risposte a “LA GUERRA IN CASA”

  1. morgan82 Dice:

    Dopo un ulteriore caso di morte come qualcuno può pensare sfortunata(guarda caso sto pensiero i lavoratori non l’hanno mai), abbiamo l’ennesima testimonianza che siamo tornati indietro di 100 anni. Questi numeri sono numeri dei tempi della rivoluzione industriale,quando anche i bambini lavoravano e per 18 ore al giorno(se guardate a fondo cambia poco da oggi). Il mondo politico e industriale ha voluto fortemente che il sistema lavorativo divenisse come quelle cinese (guardate le miniere) e bisogna soltanto trarre le conclusioni con una massima di un grande politico, l’ Onorevole Centola Qualunque ” Si precario, e sugno cazzi tua”

  2. ndb72 Dice:

    983 morti dal 1 gennaio, 24000 invalidi, ma si parla di lavoro o si parla di Iraq? come è possibile ancora al giorno d’oggi morire sul posto di lavoro, morire per una calata di acciaio bollente o per una caduta da un’impalcatura? 983 dall’inizio dell’anno voglion dire quasi 3 morti al giorno, quanto se ne è parlato? poco, quasi niente…ma se 983 non bastano, quanti ne devono morire perchè si riesca a cambiare qualcosa?

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