Lunedì 1° giugno 2009, tg2 delle 20.30. Cinque minuti di Berlusconi e di monologo elettorale. Davanti una giornalista inginocchiata (domande scomode del tipo: come si sente da quando la sua privacy è stata violata? come mai il “personale” entra in politica? come possiamo tutelarci da questa invasione?) e dietro, come se niente fosse, uno stemma gigante del Partito delle Libertà. L’argomento essendo, come di consueto, l’oramai appurata criminalità dell’opposizione.
Poi, in ordine sparso, un po’ di Franceschini, un po’ di Di Pietro, Casini (che parla male dei due) e di nuovo le truppe d’assalto, Lega e Pdl, Pdl e Lega. Si accaniscono sul cadavere.
La tecnica è chiara: la Verità/una critica (annacquata e per assurdo) alla Verità/conferma della Verità.
Allora qui, anche nel mezzo a questa immensa cloaca, e forse “soprattutto” per questo, si tratta di riuscire a respirare, se non altro per spirito di sopravvivenza. Dunque confermiamo il sentimento e il proposito che altrove abbiamo sentito ripetere: un voto sottratto a questa vergogna italiana e alla sua accolita di ruffiani, puttane, tirapiedi e ladri è un sospiro di sollievo per la democrazia. O, almeno, è una boccata d’aria meno impestata.
Da più parti, ci vien detto: non votare. Un voto o una preferenza rappresentano l’avallo a questo stato di cose, soprattutto a un’opposizione che è o inconsistente nella sua forma benvestita, moderata e parlamentare (pd e italia dei valori); o a vocazione suicida, se non altro per essersi spezzettata in mille rivoli e a pericolo di scomparsa. Insomma, si tratterebbe di non votare come estremo segnale di dissenso.
La reazione – diciamo così – emotiva, è comprensibile: difficile immaginare, in democrazia, periodo più frustrante di quello attuale. Tuttavia, alla prova del nove, crediamo che il discorso non regga.
C’è, prima di tutto, una ragione di principio: si può fare per scelta professione di non voto. Persone e amici di cui abbiamo un rispetto smisurato, di tendenza anarchica, ne fanno a ragione motivo di coerenza con la propria visione politica; oppure, in ambiti diversi, il non voto è anche espressione di dissenso: là dove lo stato governa senza legittimità e si fonda su basi inventate o imposte.
Ma – oggi e qui – il discorso è differente: ci sgoliamo tutti i giorni, battendoci il petto, per denunciare gli attacchi a una Costituzione che (anche perché conquistata e non concessa) consideriamo legittima. Votare – esercitare la pratica del dovere civico – è una maniera per salvarla. Non votare, al momento attuale, è un altro passo per disconoscerla, se non altro perché si dà una mano a chi la considera ormai un vecchio arnese, inutile e pericoloso a un tempo.
Fino a qui il discorso è di principio. Il risvolto pratico della faccenda è quello che forse conta di più. Non votare per dare un segnale è, anche strategicamente, sbagliato. Nessuno si accorgerebbe (o, meglio, si curerebbe o si è mai curato) del fatto che più gente del solito non è andata a votare. Né il parlamento che ne verrebbe fuori sarebbe meno legittimo, né il governo meno legittimato a governare. Sono moltissimi i casi di democrazie ad alto tasso di astensione e tutte vivono felicemente ignorando gli elettori mancanti. Semplicemente le democrazie diventano sempre più formali e sempre meno sostanziali. Con buona pace degli astenuti e di chi crede nell’ora X e nel risveglio delle principesse.
Si può obiettare: “la sinistra ha tradito” o “la sinistra non è più la stessa”. Noi, sarà la vecchiaia o saranno i nervi, cominciamo a mal sopportare questo tipo di affermazioni, a meno che non siano motivate da anni di impegno e di tentativi per far sì che questa – la sinistra – prendesse in effetti la direzione giusta. Insomma, è doveroso dire al pilota di aver sbagliato direzione. Ed è giusto anche incazzarsi, minacciare e – alla fine – scendere. E’ un percorso che abbiamo fatto in tanti. Ma solo stando sul treno, non fuori.
“La Sinistra è scomparsa” è invece un’espressione che si avvicina maggiormente – e drammaticamente – alla realtà. Ma questo di per sé è, più che un dato di fatto, un’opportunità. Oggi, è chiaro, la Sinistra va ripensata, rigenerata e ricostruita. Non serviranno domani, quale che sia il risultato elettorale, né le aggregazioni di nostalgie al ribasso (per cui la politica diventa simbolo e talvolta feticismo) né gli epigoni democratici della destra berlusconiana, miraggio di partito quanto di opposizione.
Anche per questo tra meno di una settimana voteremo per Sinistra e Libertà, ovvero ciò che crediamo essere l’unica alternativa credibile a questo stato di cose. Non sappiamo quanto questo progetto possa avere seguito, o successo. Al momento è quello che più ci sembra guardare lontano, nonostante le scarse forze e il fiato ancora corto. L’unica esperienza, per quanto in formazione, che pensi in termini di Sinistra unitaria e plurale. Non sarà il sol dell’avvenire, ma nemmeno – se permettete – un piatto di lenticchie.
Voteremo, e questo sì lo diciamo volentieri, per Claudio Fava, scrittore, giornalista e persona di specchiata correttezza, figlio di Giuseppe, assassinato dalla mafia. Politico, conviene aggiungere, di sinistra vera, in Italia e a in Europa. In tempi in cui tutti (troppi) parlano di “questione morale”, abbiamo la possibilità di votare qualcuno che a questo concetto risulta più vicino che mai. E, anche se potrà sembrare paradossale, per una volta, nominando una persona, esprimiamo l’esatto contrario di un voto “personale”. Si premia l’idea, il progetto e – alla fine – anche il coraggio di provarci.
Ci sono tornate spesso alla mente, in questi giorni, alcune parole di un indimenticato compagno di strada, Tom Benetollo:
In questa notte scura, qualcuno di noi, nel suo piccolo, è come quei “lampadieri” che, camminando innanzi, tengono la pertica rivolta all’indietro, appoggiata sulla spalla, con il lume in cima.
Così, il “lampadiere” vede poco davanti a sé, ma consente ai viaggiatori di camminare più sicuri. Qualcuno ci prova. Non per eroismo o narcisismo, ma per sentirsi dalla parte buona della vita.
Alla fine dei conti, l’unico peccato cui non possiamo cedere, è l’ignavia. Far finta di non sapere che lampadieri siamo tutti, anche e sopratutto nel buio più pesto.
Sottrarsi a questo dovere è, in qualche modo, concedere alla cloaca altri centimentri di vantaggio. Una debolezza che allo stato attuale proprio non possiamo permetterci.

